Inaugurato nel 1969, sempre all’avanguardia nelle tecnologie audio e di proiezione, dal 70mm al Dolby Stereo, oggi è dotato di impianto di proiezione digitale e 3D, con audio Dolby 7.1.
Dispone di 560 comode poltrone, impianto di climatizzazione e ampio parcheggio di fronte all’ingresso.
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In programmazione
IL RICCO, IL POVERO E IL MAGGIORDOMO. Il film di Natale di ALDO-GIOVANNI-GIACOMO

LA PROGRAMMAZIONE PROSEGUE !!!

NUOVAMENTE IN PROIEZIONE NEL PROSSIMO FINE SETTIMANA!

IL RICCO, IL POVERO E IL MAGGIORDOMO

Il nuovo film per le Festività di ALDO-GIOVANNI-GIACOMO
 
 
 Locandina del film Il Ricco, il Povero e il Maggiordomo
 
GUARDA IL TRAILER

Fermo immagine del trailer

ORARI

VENERDI 19 - ORE 21:30

SABATO 20 - ORE 21:30

DOMENICA 21 - ORE 15:00 - 17:00 - 21:30

LUNEDI 22 - ORE 21:30

MARTEDI 23 - ORE 21:30

.... CONTINUA a Natale e S.Stefano

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PREZZI DI INGRESSO

- Film normali: Interi € 7,00 - Ridotti € 5,00

- La serata promozionale del LUNEDI con INGRESSO A PREZZO RIDOTTO viene SOSPESA durante LE FESTIVITA' NATALIZIE dal 22 dicembre al 5 gennaio.

- Due Città al Cinema - La prima fase della XXXIII edizione è terminata. ARRIVEDERCI A GENNAIO 2015 per la seconda fase. 

Per accedere alla sezione dedicata completa di tutte le schede filmografiche, interviste e approfondimenti, clicca sopra su IN PROGRAMMAZIONE!

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Il Ricco, il Povero e il Maggiordomo

(Il ricco, il povero e il maggiordomo, 2014, Italia) 

Giacomo è un ricco e spregiudicato broker appassionato di golf, con uno spettacolare ufficio di rappresentanza nella "city" di Porta Nuova a Milano e altrettanto spettacolare villa con parco e piscina appena fuori città. Il suo fido maggiordomo è Giovanni, cultore di arti marziali e della filosofia giapponese. A insaputa di Giacomo, Giovanni ha una liason con Dolores, la sanguigna cameriera sudamericana. Aldo è un venditore abusivo nel mercato di quartiere. Vive con la madre, una donna burbera e combattiva che lo tratta come un inetto. Nel tempo libero allena un'allegra e inconcludente squadretta di calcio composta in maggioranza da bambini extracomunitari. Durante una rocambolesca fuga dai vigili che controllano le licenze, Aldo viene investito in auto da Giovanni e Giacomo , che lo caricano su in tutta fretta. Giacomo gli propone un risarcimento in cambio di qualche lavoretto in villa e Aldo accetta, sognando di potersi comprare così la tanto desiderata licenza da ambulante. L'arrivo di Aldo porta un grande scompiglio, ma per poco: un inaspettato tracollo finanziario colpisce la fortuna di Giacomo. Tutto è perduto, la villa, i risparmi di Giovanni, i soldi promessi ad Aldo. In altre parole: addio villa, addio Dolores , addio licenza. In questa situazione d'emergenza Giacomo è costretto ad accettare l'invito di Aldo: Giacomo e Giovanni si trasferiscono così a casa di Calcedonia, la madre di Aldo. Tra i mille disagi e le disavventure della convivenza, Giacomo riesce a mettere in piedi un nuovo progetto che potrebbe salvarli tutti. La banca, però, esige un garante. Riuscirà Giacomo, con l'aiuto di Giovanni e di Aldo, a ottenere il prestito necessario ad avviare il progetto? Lo sapremo soltanto dopo un matrimonio, un funerale, un maldestro appuntamento al buio e una rocambolesca irruzione di massa a suon di musica mariachi in una villa messa sotto sequestro.

Rassegna Due Città al Cinema
LA PRIMA FASE E' TERMINATA - A GENNAIO 2015 LA TERZA FASE

CITTÀ’ DI RIVAROLO                                      CITTÀ’ DI CUORGNE’

 

DUE CITTÀ’ AL CINEMA

XXXIII EDIZIONE 2014-2015

 I FASE OTTOBRE - DICEMBRE 2014

Martedi 21 ottobre

LE MERAVIGLIE

(Le Meraviglie - 2014, Italia – 107’) Regia: Alice Rohrwacher Con: Maria Alexandra Lungu, Sam Louwyck, Alba Rohrwacher

LE MERAVIGLIE

di Alice Rohrwacher

Sceneggiatura: Alice RohrwacherFotografìa: Hélène Louvart Montaggio: Marco Spoletini Interpre­ti: Maria Alexandra Lungu, Sani Louwyck, Alba Rohrwacher, Sabine Timoteo, Agnese Oraziani, Luis Hulica Logrono Produzione: Tempesta, Rai  Cinema Distribuzione: Bim - Italia 2014 - Colore 110'

Come in un dipinto di Vermeer, l'immagine di Gelsomina e delle api che escono dalla sua bocca ha una qualità magica e misteriosa che sintetizza molto bene la grazia tutta particolare dell'opera seconda di Alice Rohrwacher, Le meraviglie, premiata a Cannes. Il film della giovane regista, già autrice dell'apprezzato Corpo celeste, ha questa tessitura enigmatica che si nutre di cinema, di letteratura, di autobiografia ma anche di gesti del lavoro agricolo, di materia e di paesaggi. Natura e cultura, insomma. Sono evidenti gli echi felliniani: dal nome della protagonista all'irruzione della televisione ancora fonte d'immaginario in una fantasia vergine (e dunque il paragone con Reality di Matteo Garrone appare fuorviante) all'apparizione del cammello; ma Alice Rohrwacher sa fare sua la lezione di Fellini (e ogni altra lezione, da Antonioni a Olmi) per trovare la sua voce e il suo stile peculiare in un film in cui la costruzione di un'identità femminile passa per un'avvolgente favola degli ossimori.

Gelsomina (Maria Alexandra Lungu) è una ragazza che si affaccia all'adolescenza ma ha ancora un piede nell'infanzia. È la maggiore di quattro sorelle e vive in campagna con il padre tedesco Wolfgang (l'attore e danzatore fiammingo Sam Louwyck) e la madre italiana (Alba Rohrwacher, finalmente in un ruolo di donna più matura). Il papa fa l'apicoltore, si capisce che ha scelto questa vita per sfuggire a qualcosa (la storia si colloca in un tempo non precisato dopo il '68) o in nome di un'ideologia ferrea e continua a proteggere la sua famiglia dalle minacce del mondo esterno: la tecnologia, i soldi, la televisione. Coltiva un'utopia che non è più tale e costringe le bambine (siamo durante le vacanze estive) al duro lavoro del miele. È un marziano persine rispetto ai vicini di casa, agricoltori che preferiscono usare i diserbanti e che gli ammazzano le api; fa un miele all'antica che non va più bene con le norme igieniche imposte dalla Comunità Europea. Gelsomina è anche il maschio che Wolfgang non ha avuto, è quella che tiene in piedi la baracca, che fa rispettare le regole alle altre. La figlia prediletta ma anche quella che si carica dei fallimenti o dei timori del padre. Sta cercando la sua strada, i suoi talenti unici (ognuno ha i suoi, fosse pure quello di saper fischiare) e nel far questo disegna una sua ribellione dolce che passa per la presenza di Martin, un silenzioso ragazzo tedesco che la famiglia ha preso in affido sottraendolo al riformatorio in cambio di qualche soldo in più. O attraverso l'incontro con la fata bianca Milly Catena (Monica Bellucci), la conduttrice di un programma che cerca storie vere tra gli abitanti del posto. Gelsomina ormai s'immagina altrove, ma continua ad essere parte di questa singolare famiglia. CRISTIANA PATERNO VIVILCINEMA – numero 3 - 2014

 

Cannes 2014 - INTERVISTA AD ALICE ROHRWACHER - Il laboratorio della vita

Una vicenda non autobiografica ma intrisa di elementi familiari, “Le meraviglie” ha affrontato a testa alta il concorso di Cannes, portando a casa il Grand Prix

••• Nella campagna etrusca, al confine fra Umbria, Toscana e Lazio, vive una famiglia caotica e multilingue che alleva animali e produce miele. Il padre tedesco (Sam Louwyck) è un idealista tutto d‘un pezzo, che rifiuta le tentazioni della modernità, la madre umbra (Alba Rohrwacher) è dolce e tollerante, le quattro figlie sono combattute tra la libertà della loro vita selvatica e le attrazioni del “paese delle meraviglie”. Così si chiama una trasmissione tv che potrebbe dare una svolta alle loro vite, ma forse quello è già il nome del loro mondo.

Alice Rohrwacher, al suo secondo film dopo Corpo celeste, attinge ancora alla sua esperienza di documentarista per descrivere un paesaggio umano e naturale che conosce bene, perché fa parte della biografia sua e della sorella Alba. Pieno di “piccole citazioni emotive dal basso”, come le definisce la regista, Le meraviglie, unico italiano in concorso a Cannes, è raccontato attraverso gli occhi di Gelsomina, interpretata dalla giovane e bravissima Maria Alexandra Lungu.

Anche in questo film, come in Corpo celeste, la protagonista è un’adolescente che si sente fuori posto, a disagio. C’è un motivo per cui hai scelto ancora questo punto di vista?

Sapevo fin dall’inizio che la guida del film sarebbe stata la figlia più grande, la primogenita, per sposare uno sguardo che non è il mio, essendo io la seconda figlia. Avevo anche la certezza dentro di me di non aver ancora esaurito il discorso sull’adolescenza, e di volerne parlare ancora perché è una condizione che rappresenta bene il presente.

L’adolescenza è un’età di passaggio ma anche questo mondo che racconti sembra di passaggio, minacciato dalla modernità. Pensi che stia finendo un’epoca?

Non parlo della fine del mondo ma di un mondo, che non ha riferimenti temporali precisi. Non è il passato ma un luogo selvaggio, anzi selvatico: un laboratorio della vita dove si mescolano delle cose e ne nascono di nuove, uno spazio che si restringe ogni giorno di più.

L’essere umano sembra avere un enorme problema con la bellezza, perché o la distrugge o la congela, mettendola in un museo, come se la bellezza in sé non potesse esistere.

Tuo padre era apicoltore, lo spunto del film è autobiografico?

Il territorio è quello dove sono cresciuta, conosco bene le api e le famiglie miste che vivono in queste zone, ma tutto questo non fa del film una storia autobiografica. Piuttosto uso un contesto familiare per essere libera di inventare.

Le api del film muoiono, come ultimamente si sta verificando nella realtà con preoccupante frequenza…

Non volevo fare un riferimento retorico o legato alla cronaca riguardo a questo problema, che è complesso. Era importante far vedere che l’apicoltore è un mestiere a rischio e risente di quello che accade nel mondo.

Il film ha alcuni accenti surreali nell’apparizione del cammello e nello show televisivo Il paese delle meraviglie. Che peso hanno nel racconto questi due momenti?

Il cammello è l’immagine di una grande utopia e anche il simbolo dell’amore profondo di un padre per le proprie figlie, per quanto sbagliato possa essere. Il rapporto di Gelsomina col padre è difficile, ma vederlo indifeso quando compare nella trasmissione tv la aiuta a provare compassione per lui. Non c’è nessun giudizio negativo sul mezzo, anzi quel tipo di televisione mi fa quasi tenerezza.

Nella casa disabitata inquadrata nel finale bisogna leggere una notazione pessimistica o quello che rimane è un vuoto pieno di risonanze?

Il piccolo grande dramma vissuto da Gelsomina lo si può anche vedere da lontano, dalla luna. Per questo ho voluto fare una specie di zoom all’indietro e lasciar liberi i personaggi di andare dove vogliono loro, nel momento stesso in cui Gelsomina è riuscita a riconciliarsi con se stessa e con la sua storia. Non conta dove siano andati, l’importante è ciò che sono stati insieme e ciò che hanno lasciato. Il film inizia con la frase “c’è una casa, c’è sempre stata”, che è un po’ come il “c’era una volta” delle favole. La casa sembra abbandonata ma non lo è: all’inizio ci sono persone che si svegliano, alla fine c’è una tenda che si muove.

• BARBARA CORSI - VIVILCINEMA

 

Martedi 28 ottobre

E FU SERA E FU MATTINA

(E fu sera e fu mattina - 2014, Italia – 109’) Regia: Emanuele Caruso Con: Simone Riccioni, Sara Francesca Spelta

E FU SERA E FU MATTINA

di Emanuele Caruso

Sceneggiatura: Marco Domenicale, Emanuele Caru­so, Crìstina Cocco Fotografia: Cristian De Giglio Montaggio: Emanuele Caruso Musiche: Remo Baldi Interpreti: Albino Marino, Lorenzo Pedrotti, Sara Francesca Spella, Francesca Risoli Produzio­ne e Distribuzione: Obiettivo Cinema Italia 2014 Colore 110'

Ad Avila, un tranquillo paesino di 2.000 anime inerpicato sulle colline delle Langhe, si festeggia in strada, come ogni anno, la festa di Sant'Eurosia, patrona dei frutti della terra. Il clima goliardico e festoso è però interrotto da una drammatica notizia: al bar del paese, infatti, la gente del posto è incollata davanti alla tv e assiste al clamoroso annuncio: "il Sole ha finito le sue riserve d'idrogeno e si sta spegnendo, la Terra ha le ore contate". La notizia, ovviamente, sconvolge l'esistenza dei cittadini, che reagiscono nel modo più disparato. Alcuni non ci credono, altri si apprestano a partire per

trascorrere gli ultimi istanti di vita accanto alle persone amate, c'è chi si affida a un santone del posto che barra sulle mura della propria casa i giorni che restano, e c'è infine chi è convinto che da questo armageddon, al solito, si salveranno solo i ricchi e i preti. Traìt d'union della comunità è il parroco Francesco. Saranno proprio i suoi modi, molto laici e poco ortodossi, a catalizzare l'attenzione di quelle anime perse, fino ad assurgere al ruolo di guida spirituale nel finale on the road della pellicola.

Opera prima del giovane Emanuele Caruso, E fu sera e fu mattina riprende un tema già ampiamente frequentato dal cinema ma lo declina in maniera personale inserendolo nel nuovo filone di film indipendenti nati grazie al crowd equity, progetto attraverso il quale singoli sostenitori finanziano la produzione con piccole donazioni, ottenendo in cambio micro-quote sugli incassi. Nonostante il basso budget, E fu sera e fu mattina, titolo preso in prestito da una frase della Genesi, è un prodotto ben confezionato e curato nei minimi particolari, dalla suggestiva colonna sonora alla fotografia elegante e di ampio respiro, che esalta la forza e la suggestione dei paesaggi. Anche le piccole sbavature, come il ritmo a volte eccessivamente lento, non sottraggono i meriti di un film originale e coraggioso, capace di indagare le coscienze umane nel momento in cui perdono le proprie certezze.

GABRIELE SFILA VIVILCINEMA – numero 3 - 2014

Martedi 4 novembre

IL CENTENARIO CHE SALTO’ DALLA FINESTRA E SCOMPARVE

(Hundraåringen som klev ut genom fönstret och försvann - 2013, Svezia – 105’) Regia: Felix Herngren

Con: Robert Gustafsson, Iwar Wiklander, David Wiberg

IL CENTENARIO CHE SALTO’ DALLA FINESTRA E SCOMPARVE

di Felix Herngren

Titolo originale: Hundraàringen som klev ut genom fónstret och fòrsvann Sceneggiatura: Felix Her­ngren, Hans Ingemansson dall'omonimo romanzo di Jonas Jonasson Fotografia: Góran Hallberg Montaggio: Henrik Kà'llberg Musiche: Matti Bye Interpreti: Robert Gustafsson, Iwar Wiklander, David Wiberg, Mia Skaringer, Jens Hultén Produ­zione: Nice Flx Pictures Produktion Distribuzione: Eagle Pictures - Svezia 2014 Colore 114'

Un paio di scarpe consunte. Una finestra sul mondo. Il gatto di nome Molotov che salta in giardino e viene malauguratamente ucciso. E il suo vetusto padrone, il signor Allan Karlsson, che non ci sta e prepara una ferale vendetta per colpire l'assassino. Il rientro nella casa di riposo dove l'attende una grande torta con ben 100 candeline: ma no, non ce la può fare. Molla tutto e così come sta (in pigiama e ciabatte) salta dalla finestra e se ne va.

Arrivando alla stazione, vuole partire e andare "ovunque", ma non ha i soldi. Allora trova una valigia, la prende e inizia a camminare finché entra nella capanna squinternata di un tizio, che ha l'aria di essere altrettanto stravagante. L'urgenza del bagno, la demenza senile, il dialogo surreale: i due uomini ignorano che nella valigia distrattamente presa da Allan alla stazione sono racchiusi milioni di banconote, destinate a un traffico illecito di droga gestito da un gruppo internazionale di malviventi. È fuga e "caccia al ladro", con Allan e il suo amico che iniziano un viaggio su un doppio binario: nel presente ma soprattutto nel passato del bizzarro centenario, il quale inizia un racconto a dir poco esilarante della sua esistenza, che scopriamo avventurosa e caratterizzata dall'intersezione con la Storia. Perché il signor Allan Karlsson non solo ne ha viste di cotte e di crude, ma ha suo malgrado interagito con più di un dittatore, da Franco a Stalin, e capo di Stato, da Kennedy a Nixon, facendosi protagonista di svariate scelte di diplomazia internazionale, diventando persino una spia durante la Guerra Fredda. Il tutto un po' per caso, purché non mancasse un bicchiere di buona vodka!

Ispirato all'omonimo best seller di Jonas Jonasson e presentato all'ultima Berlinale, L'uomo che saltò dalla finestra e scomparve è una delle migliori commedie scandinave degli ultimi anni, ben calibrata sui canoni del teatro dell'assurdo per toni, personaggi e situazioni. Il protagonista Allan (interpretato mirabilmente da Robert Gustafsson, vero eroe in Patria dove è definito "l'uomo più divertente di Svezia") è tratteggiato come una sorta di mescolanza tra Chaplin, il giardiniere Chance di Oltre il giardino e soprattutto un Forrest Gump alla scandinava, con l'evidente differenza che non si tratta di un ritardato mentale ma semplicemente di un individuo stravagante, un po' fuori dì testa e ossessionato dall'alcol che lo rende leggermente autistico nel suo agire. L'età avanzata di Karlsson contribuisce a intensificare il surrealismo dei racconti sul passato, che mai scopriremo se reali o sognati. Ma poco interessa ai fini della riuscita del film, che a modo suo ci mostra un percorso attraverso la Storia col chiaro intento di condannare guerre e oppressioni e valorizzare le diversità, il tutto condito col miglior sapore della leggerezza.

ANNA MARIA PASETTI – VIVILCINEMA n. 2 - 2014

Intervista - Felix Herngren - Senza rete

La trasposizione del best seller "II centenario che saltò dalla finestra e scomparve" si avvale di un attore di pregio come Robert Gustafsson e un ritmo da farsa.

Dal romanzo “II centenario che saltò la finestra e scomparve” di Jonas Jonasson, che ha venduto più di un milione di copie solo in Svezia, pubblicato in 38 paesi e amato da milioni di lettori ovunque, nasce la commedia iconoclasta e slapstick diretta da Felix Herngren, che ha come valore aggiunto la capacità di ribaltare la percezione della vecchiaia in una marcia trionfale che mette al bando depressione e paura della morte, visto che a morire sono sempre gli altri. Protagonista di questa storiella leggera leggera è un vecchietto decrepito (Robert Gustafsson), sorta di Forrest Gump nordico, che abbandona la casa di riposo nel giorno del suo 100° compleanno scavalcando il davanzale della finestra per gettarsi di nuovo nella mischia. "Un uomo che fa quello che molti di noi vorrebbero fare: infischiarsene del futuro, seguire la pancia, non preoccuparsi del domani", come spiega il regista. Allan Karlsson, così si chiama il personaggio, ha attraversato nella sua lunga vita quasi tutto il XX secolo, dalla guerra civile di Spagna alla guerra fredda, incrociando sul suo cammino il Caudillo Francisco Franco e il presidente Truman, lo scienziato Robert Oppenheimer e il dittatore Stalin, il fratello scemo di Albert Einstein e, in anni più recenti, Reagan e Gorbaciov, alla vigilia della caduta del Muro Tutto vissuto senza mai lasciarsi travolgere dagli eventi, come fosse la cosa più normale di questo mondo, senza scomporsi. Figurarsi poi se si lascia spaventare da una banda di trafficanti di droga ai quali ha sottratto inconsapevolmente una valigetta piena di soldi. Ma i suoi nuovi amici non sono da meno: un arzillo capostazione in pensione amante della bottiglia, un imbranato e depresso studente fuori corso e una single di ritorno che alleva in giardino l'elefantessa Sonja diventano infatti i suoi inseparabili compagni di viaggio e di avventure, creando una sorta di circo a cui tutto va bene per puro miracolo. "Il libro di Jonasson", spiega il regista, "contiene una serie di situazioni irresistibili con personaggi ricchi di sfumature ed è per questo che ho accettato la sfida, non facile, di tradurlo in un film, anche se sapevo che le aspettative erano altissime, dato l'enorme successo del romanzo in Svezia". Quanto al protagonista non è certo centenario (ha appena cinquantanni), ma il trucco aiuta e la sua popolarità di attore comico fa il resto. "Avevo bisogno di qualcuno che potesse interpretare le varie età di Allan in modo credibile", aggiunge Herngren, "e già mentre leggevo il libro ho cominciato a pensare a Gustafsson, perché è l'unico che ha i tempi comici per la parte".

CRISTIANA PATERNO – VIVILCINEMA n. 2 – 2014

 

Martedi 11 novembre

I NOSTRI RAGAZZI

(I nostri ragazzi - 2014, Italia – 86’) Regia: Ivano De Matteo

Con: Alessandro Gassmann, Giovanna Mezzogiorno, Luigi Lo Cascio, Barbora Bobulova, Rosabell Laurenti Sellers, Jacopo Olmo Antinori

 

Speciale Venezia 2014

Ivano De Matteo

LUNGOMETRAGGI - Ultimo stadio (2002), La bella gente (2009), Gli equilibristi (2012), I nostri ragazzi (2014)

Psicodramma familiare

“I nostri ragazzi” descrive la reazione di due coppie di genitori a una bravata dei figli dalle tragiche conseguenze. Nel cast Bobulova, Gassman, Lo Cascio e Mezzogiorno

••• Thriller circoscritto a due famiglie imparentate, di colpo precipitate in conflitti psicodrammatici per una grave, assurda bravata dei rispettivi figli che porta tutti al bivio di scelte fra coscienza etica ed egoistica serenità. Ivano De Matteo, anche attore

intensamente presente in cinema e tv d’impatto, così inquadra I nostri ragazzi, scelto dalle Giornate degli Autori per calibri narrativi e interpretativi. È la sua quarta regia cinematografica e fa seguito all’apprezzato Gli equilibristi (Mostra di Venezia 2012, sezione Orizzonti). “Continuo a scandagliare disagi familiari chiudendo così una sorta di trilogia, iniziata con La bella gente nel 2009 (‘scoperto’ in Francia dopo i Rencontres du Cinéma Italien di Annecy perché in Italia è ancora semiclandestino, a causa di basse beghe produttive, NdR), in cui una prostituta scompagina la solida inerzia di affetti in un nucleo intellettuale, e proseguita con Gli equilibristi, in cui il padre-marito medio borghese sbanda ed esplode per giusto motivo.

Ne I nostri ragazzi, che descrive un ulteriore livello borghese, sguardi, modi di pensare, educare, reagire di due fratelli e delle loro mogli sono il punto focale del film: cosa fai se tuo figlio ha commesso un dannato errore?

Quanto si è disposti a perdere del benessere affettivo ed esteriore per trovare una giusta soluzione?”

La storia è tratta da un romanzo che ti ha scosso.

Ho un figlio adolescente, mi ha colpito il nocciolo del romanzo La cena di Hermann Koch, così con mia moglie (e cosceneggiatrice) Valentina Ferlan abbiamo lavorato un anno per acquisirne i diritti e un altro per scrivere la sceneggiatura. Diritti che so, in ambito anglofono, acquisiti dalla straordinaria Cate Blanchett per un film in cui esordire da regista.

Attorno allo spunto del romanzo avete costruito più vite in bilico, sulla base di scelte di cast ben precise.

Le diverse e ribaltabili personalità delle due coppie di genitori sono legate alla caratura

degli interpreti. Alessandro Gassmann, avvocato risolutivo paraculo ma compassato e consapevole; suo fratello Luigi Lo Cascio, pediatra chirurgo, rigoroso ma non pacificato e con lampi di follia; Barbora Bobulova, superficiale e cinica che rivela una certa profondità; Giovanna Mezzogiorno, istintiva leonessa in difesa della famiglia. I figli adolescenti diversamente colpevoli sono per me attori già maturi: Rosabell Laurenti Sellers, 18 anni e un’esperienza notevole, e il 17enne Jacopo Olmo Antinori, scoperto da Bernardo Bertolucci in Io e te e da allora, in due anni, molto cresciuto.

 

Esteticamente com’è stato pensato il film?

Con un taglio classico, lineare, fra piani sequenza e calibratura di movimenti nei dialoghi, senza “svolazzare” qua e là con la cinepresa. Ho voluto condensare come in tempo reale lo sviluppo delle tensioni e delle reazioni dei personaggi. È il mio secondo film (più uno della serie tv Crimini) con la produzione Rodeo Drive di Poccioni & Valsania, partiti da punti apparentemente diversi ma via via divenuti snodi d’incontro collaborativi: debbo ringraziarli. Con loro sto preparando un altro film, da girare soprattutto in Francia (ancora con il supporto di Rai Cinema, com’è stato felicemente per gli ultimi due film), incentrato sul rapporto fra madre e figlia dodicenne. Evidentemente il tema genitori/figli non lo sento esaurito…

 

Ivano De Matteo viene da un apprendistato tosto in teatro e da lavori documentaristici “di confine”, tutto made in Roma.

Sono 15 anni che non recito di fronte a spettatori vivi, vengo dal mitico Beat ’72 e da 10 anni al Teatro Colosseo. Spero di riprendere presto la messinscena per me fondamentale di Arancia meccanica, di cui ottenemmo tenacemente i diritti dalla vedova dell’autore Anthony Burgess. Il cinema del reale? Mi reputo un ultrà del campo! Con Prigionieri di una fede, Barricata San Calisto, Codice a sbarre, Fermata Pigneto ho esplorato la Roma tifosa, la Trastevere promiscua, il teatro in carcere quando non era ancora in auge, la periferia diventata altro. Registicamente sono partito da me stesso, non ho studiato cinema ufficialmente, provandomi direttamente con le mie idee e seguendo le orme di maestri italiani, poi montavo il mio documentario e mi proponevo per farlo vedere. Credo che ora ci siano tante idee di cinema in Italia (e anche un buon numero d’interpreti), anche al di là dei generi e delle mode.

Dovremmo fermarci meno agli stop del mercato e dell’autocensura.

 

MAURIZIO DI RIENZO – VIVILCINEMA N. 4 2014

 

Martedi 18 novembre

COME IL VENTO

(Come il vento - 2013, Italia – 110’) Regia: Marco S. Puccioni Con: Valeria Golino, Chiara Caselli, Filippo Timi

COME IL VENTO di Marco Simon Puccioni

Sceneggiatura: Heidrun Schleff, Marco Simon Puccio­ni, Nicola Lusuardi Fotografia: Gherardo Cossi Montaggio: Roberto Missiroli, Calderine Maximoff Musiche: Shigeru Umebayashi Interpreti: Valeria Colino, Filippo Timi, Francesco Scianna, Chiara Casel­li, Marcelle Mazzarella Produzione: Intelfilm, Les Filmsde l'Astre, Rai Cinema, Red Carpet Distribuzio­ne: Ambi Pictures Italia/Francia 2013 colore 110'

"ME NE VADO come il vento, perché vento sono stata". Parole definitive e drammatiche a chiusura volontaria di un'esistenza dai tratti tragici. Armida Miserere le espresse nella lettera di commiato a una vita che le era diventata insopportabile dopo l'uccisione del compagno Umberto Mormile, nel 1990. Per questo, nel 2003, l'allora direttrice del carcere di Sulmona decise di farla finita, suicidandosi nella sera del Venerdì Santo in camera sua, guardando dalla finestra le mura di una casa di reclusione che era diventata casa sua, come del resto tutti i carceri che aveva circuitato da 20 anni a quel momento. Dal misterioso fascino di un personaggio complesso come la Miserere si è fatto attrarre il regista Puccioni, che ha pensato di trame un "biopic sensoriale" ad alto tasso di tensione ed emozioni. Il suo percorso sulle tracce di Armida - sceneggiato in collaborazione con la Schleff e Lusuardi - ha l'obiettivo di riflettere sugli ultimi 13 anni della donna, dal momento in cui appunto perse il compagno, vittima di un omicidio a sangue freddo mentre era al volante della sua auto. Da quel momento la vita della Miserere divenne una rincorsa verso l'auto-annientamento dell'anima e dei sentimenti più intimi, adombrati dal senso del dovere verso lo Stato e verso la scoperta dei mandanti dell'assassinio dell'adorato Umberto. Si lasciò "trascinare" di carcere in carcere, da Lodi a Pianosa, dal palermitano Ucciardone a Sulmona, suo ultimo destino. Per evitare la biografia classica a sfondo di denuncia socio-politica sulla situazione delle carceri italiane, Puccioni vira sulla narrazione privata, in aderenza costante al punto di vista della protagonista. Certamente il filtro intimo non impedisce di vedere e giudicare il malfunzionamento del sistema carcerario del Belpaese, ma se questo accade è solamente perché è inevitabile. Il focus è e resta il drammatico monologo interiore di una donna segnata per sempre dal dolore. I primi piani sul volto segnato, diversi momenti di flashback a spiegare il senso della sofferenza presente, la tensione che conduce alla spirale finale, a quel punto inevitabile anche agli occhi dello spettatore. Ma soprattutto la scelta di un'attrice protagonista imprescindibile, Valeria Gelino. Senza di lei, ha spiegato Puccioni, il film forse non sarebbe nato. Da parte sua l'attrice era inizialmente reticente a vestire i panni di una donna che, casualmente, esattamente un anno prima dal suicidio aveva avuto modo di incontrare e abbracciare a Sulmona, con tanto di foto a testimoniare l'evento. "Mi ha preso per sfinimento", è arrivata ad ammettere la Gelino, oggi fiera di un'interpretazione tra le più struggenti della sua carriera. Presentato fuori concorso (ma,/' avrebbe potuto concorrere cafri estrema dignità) al festival di Roma, Come il vento aggiunge un tassello significativo alla carriera di Puccioni, Golino e a quel cine-genere sulle grandi figure femminili purtroppo spesso ridotto a superficiale fiction televisiva.

ANNA MARIA PASETTI - VIVILCINEMA

Intervista Marco Simon Puccioni

Tuttigiorni, vita in Palestina (2002), La fortezza vista da basso (2003), 100 anni della nostra storia (2006), Riparo (2007), Il colore delle parole  (2009), Prima di tutto (2012), Come il vento (2013)

La donna che amava troppo

“Come il vento” ripercorre la vita di Armida Miserere, direttrice di carceri di massima sicurezza morta suicida, analizzandone intransigenza e aspirazioni. Valeria Golino efficace protagonista

••• “Non m’interessava tanto realizzare un’indagine sulle carceri, quanto piuttosto dar vita al ritratto compassionevole di un personaggio fuori dal comune”. Marco Simon Puccioni è giustamente orgoglioso di Come il vento che, interpretato anche da Filippo Timi, Francesco Scianna e Chiara Caselli, ha permesso a Valeria Golino di offrire un’altra interpretazione straordinaria nei panni di Armida Miserere, una delle prime donne direttrici di carcere, chiamata a dirigere i penitenziari più difficili d’Italia a contatto con criminali, terroristi e mafiosi del nostro tempo. Una donna condannata dalla perdita della persona amata a vivere una vita al limite, in cerca fino alla fine di giustizia, e di amore, nel sistema penitenziario. “Volevo seguire il personaggio e i suoi mutamenti d’animo dinanzi alle difficoltà dei rapporti con i detenuti e perfino con colleghi e dipendenti”, prosegue Puccioni. “Sono rimasto conquistato dalla sua continua aspirazione a una vita il più possibile normale”.

 

Perché ha scelto di raccontare la storia di questa donna?

Dieci anni fa, a Pasqua, ho letto la notizia del suicidio di Armida Miserere, direttrice del carcere di massima sicurezza di Sulmona, e ho pensato subito che avrei voluto raccontare la sua storia. Mi aveva colpito molto la vicenda di questa donna catapultata in una delle istituzioni più maschiliste e opprimenti della società che, senza rinunciare alla sua femminilità, riesce a governare gli uomini reclusi e stabilire rapporti camerateschi e di amore con i suoi compagni di lavoro.

L’interesse di questo progetto risiede nella vicenda umana del personaggio principale e per questo ho cercato, ancor più che miei film precedenti, uno stile semplice che desse spazio alla verità del personaggio, cercando di miscelare il film d’impegno civile con la storia d’amore, gli elementi più intimi ed emotivi con l’aspetto sociale. La Miserere ha vissuto una vita molto interessante sul piano cinematografico, e poi la trovo una figura emblematica, in grado di raccontare molto dell’Italia e delle sue prigioni attraverso la sua grande personalità. Mi sono documentato molto: oltre a leggere, ovviamente, tutto ciò che la riguardava ho incontrato molte delle persone che la conoscevano e che avevano lavorato con lei. Amici, agenti e anche la guardia del corpo che l’ha seguita fino all’ultimo. Suo fratello mi ha consegnato i diari di Armida e qui si è aperto davvero un mondo, perché ho trovato davanti a me una donna colta, che leggeva tanto e che andava a teatro e al cinema.

 

Un approccio intimo?

Sì, perché l’Armida che avevo finalmente di fronte era una donna che parlava a se stessa e le sue osservazioni erano molto importanti e veritiere. Questi diari mi hanno permesso di dar vita a un ritratto personale in cui il carcere è presente, ovviamente, ma non è l’argomento principale. Come il vento è un film su una donna italiana che ha mantenuto la sua umanità e i suoi sentimenti dinanzi a situazioni in grado di cambiarti per sempre.

Per me è un eroe al femminile; come dicono gli antichi greci, però, “sfortunato il paese che ha bisogno di eroi”. Credo che lei sia un esempio positivo da cui possiamo imparare tanto.

 

Una donna dello Stato…

Sì, ma soprattutto una donna comune, forte e fragile, immersa totalmente nella lotta per una giustizia giusta. Una persona come le altre ma anche capace di un gesto estremo, che lascia spiazzati tutti quelli che la amavano o la detestavano, un gesto che è insieme un sacrificio d’amore e una vendetta.

 

Cos’ha scoperto di lei?

Armida era una donna che aveva bisogno di amare e che, forse, amava troppo. Dopo il suo compagno, morto in un agguato di camorra e che non aveva mai dimenticato, aveva avuto altri uomini ma tutti l’avevano profondamente delusa. Secondo lei erano uomini “senza coraggio” e del resto credo fosse oggettivamente molto difficile tener testa a una come lei, che aveva spaventato mafiosi, camorristi e terroristi. Era una donna molto esigente sotto tutti i punti di vista, ma che sapeva sdrammatizzare i momenti di grande pressione nei quali ha vissuto.

La qualità che ha apprezzato di più in lei, e che ha voluto che Valeria Golino restituisse al pubblico?

Ce ne sono molte che mi hanno colpito, senza dubbio l’ironia è irrinunciabile per capire chi fosse davvero. Era una combattente, una samurai che non si spaventava dinanzi alle difficoltà: era figlia di un ufficiale di marina che le aveva insegnato cosa fosse l’onore, ed era una comunista che sentiva fortemente la propria cultura, con tutte le sue rigidità. Questo background culturale e personale le ha impedito di scendere a qualsiasi compromesso, la sua intransigenza le ha impedito di accettare la mancanza di rispetto e di comprensione da parte degli altri.

 

MARCO SPAGNOLI – VIVILCINEMA

 

 

 

Martedi 25 novembre

LE DUE VIE DEL DESTINO

(The Railway Man - 2013, Gran Bretagna, Australia – 116’) Regia: Jonathan Teplitzky Con: Nicole Kidman, Colin Firth

LE DUE VIE DEL DESTINO

di Jonathan Teplitzky

Titolo originale: The railway man Sceneggiatura: Frank Cottrell Boyce, Andy Paterson, Eric Lomax Fotografia: Gary Phillips Montaggio: Martin Connor Musiche: David Hirshfelder Interpreti: Colin Firth, Nicole Kidman, Stellan Skarsgàrd, Jeremy Irvine, Hiroyuki Sanada Produzione: Lionsgate, Archer Street Productions, Latitude Media, Thai Occidental Productions, Pictures in Paradise, Silver Reel Distribu­zione: Koch Media Gran Bretagna/Australia 2013 Colore 110'

•• PRESENTATO al festival di Toronto 2013, The railway man è un dramma esistenziale ricco di sfaccettature, ambientato nel nord dell'Inghilterra negli anni '80 e basato sulla storia vera di Eric Lomax, affascinato dai treni fin dall'infanzia. L'analisi psicologica si unisce al tema del travaglio dei militari britannici dovuto alla memoria dei campi di detenzione giapponesi nel Sud Est asiatico. Lomax (Colin Firth) è un ingegnere ferroviario in pensione, gentile e perfezionista, che si diletta a viaggiare in treno percorrendo le campagne inglesi.

Un giorno conosce Patti (Nicole Kidman), recentemente divorziata, e dopo una felice frequentazione i due si sposano (quasi una citazione di Breve incontro di David Lean, del 1945). Ben presto la donna si rende conto che il marito è depresso e, vittima di orribili incubi e penose crisi di agitazione, reticente circa le cause dei disturbi. Finlay (Stellan Skarsgàrd), già compagno di Lomax durante la II Guerra Mondiale, rivela a Patti la loro pena. Vari flashback, molto ben girati, ripercorrono la tragedia di un gruppo di ufficiali britannici catturati dai giapponesi e inviati in un campo di lavoro per la costruzione della famigerata "ferrovia della morte", che collegava Tailandia e Birmania. Costretti a fatiche massacranti in condizioni estreme, in mezzo alla giungla, furono sottoposti a terribili punizioni.

Eric è ossessionato dal ricordo di uno dei suoi aguzzini, Takashi Nagase (Hiroyuki Sanada) finché, sostenuto dall'aiuto di Patti, trova il coraggio di tornare nel luogo dove fu tenuto prigioniero, dove ritrova Nagase. Pur riproponendo il contesto del notissimo II ponte sul fiume Kwai (1957) di David Lean, l'angolo visuale di Teplizky non è epico. Nel film vi è un forte messaggio umanitario in cui si fondono sofferenza e redenzione, rinuncia alla vendetta, perdono e riconciliazione.

La narrazione è abbastanza tortuosa ma non mancano sequenze emozionanti e momenti intensi, accompagnati da un'ottima colonna sonora. Nonostante alcune cadute di tono della regia, è dignitosa l'interpretazione di Firth, della Kidman e soprattutto di Jeremy Irvine che interpreta il protagonista da giovane.

GIOVANNI OTTONE – VIVILCINEMA N. 4/2014

 

Martedi 2 dicembre

LA NOSTRA TERRA

(La Nostra Terra - 2014, Italia – 100’) Regia: Giulio Manfredonia Con: Stefano Accorsi, Sergio Rubini, Maria Rosaria Russo

 

Martedi 9 dicembre

ANIME NERE

(Anime nere - 2013, Italia – 103’) Regia: Francesco Munzi Con: Marco Leonardi, Peppino Mazzotta, Fabrizio Ferracane

 

Martedi 16 dicembre

UNA PROMESSA

(Une promesse - 2013, Francia, Belgio – 98’)

Regia: Patrice Leconte Con: Maggie Steed, Toby Murray, Richard Madden, Alan Rickman, Rebecca Hall

 

INFORMAZIONI: Cinema Margherita 0124.657523 - Biblioteca Civica di Cuorgnè 0124.655252 - Biblioteca Comunale di Rivarolo 0124.26377

INTERNET: www.cinemamargherita.net E-MAIL: info@cinemamargherita.net

PROIEZIONI: il MARTEDI presso il Cinema Margherita di CUORGNE’- ore 21:30

ABBONAMENTI: 9 film in prevendita a € 20,00 - INGRESSI: € 5,00



CITTÀ’ DI RIVAROLO                                      CITTÀ’ DI CUORGNE’

 

DUE CITTÀ’ AL CINEMA

XXXIII EDIZIONE 2014-2015

 I FASE OTTOBRE - DICEMBRE 2014

 

Martedi 21 ottobre

LE MERAVIGLIE

(Le Meraviglie, 2014, Italia)

Regia: Alice Rohrwacher

Con: Maria Alexandra Lungu, Sam Louwyck, Alba Rohrwacher, Sabine Timoteo, Agnese Graziani, Monica Bellucci Distributori: BIM Distribution

Genere: Commedia, Drammatico Durata: 107' Data di uscita: 23-05-2014

L'estate di quattro sorelle capeggiate da Gelsomina, la primogenita, l'erede del piccolo e strano regno che suo padre ha costruito per proteggere la sua famiglia dal mondo “che sta per finire”. È un'estate straordinaria, in cui le regole che tengono insieme la famiglia si allentano: da una parte l'arrivo nella loro casa di Martin, un ragazzo tedesco in rieducazione, dall'altro l'incursione nel territorio di un concorso televisivo a premi, "il paese delle Meraviglie", condotto dalla fata bianca Milly Catena.

Martedi 28 ottobre

E  FU SERA E FU MATTINA

(E fu sera e fu mattina, 2014, Italia)

Regia: Emanuele Caruso

Con: Simone Riccioni, Sara Francesca Spelta, Francesca Risoli, Lorenzo Pedrotti, Albino Marino

Distributore indipendente: Obiettivo Cinema

Genere: Drammatico Durata: 109' Data di uscita: 15-05-2014

Ad Avila, un tranquillo paesino di 2.000 anime che regna in cima a una verde collina, si sta festeggiando in piazza, come ogni anno, la festa di Sant'Eurosia, patrona dei frutti della terra. Ma al bar del paese è successo qualcosa. Un evento eccezionale, di quelli che ad Avila non sono abituati a vedere spesso. Gli occhi delle persone sono puntati sulla televisione del bar e paiono non volersi staccare per nessun motivo. E quando Francesco, il parroco del piccolo paese, arriva al bar, la gente è già nel panico. La vita e la quotidianità degli abitanti di Avila verrà letteralmente sconvolta e messa in discussione, obbligando ciascun singolo a cambiare e ridimensionare la propria esistenza. Nel bene e nel male.

Martedi 4 novembre

 

IL CENTENARIO CHE SALTO’ DALLA FINESTRA E SCOMPARVE

(Hundraaringen som klev ut genom fönstret och försvann, 2013, Svezia )

Regia: Felix Herngren

Con: Robert Gustafsson, Iwar Wiklander, David Wiberg

Distributori: Eagle Pictures Genere: Avventura, Commedia

Durata: 105' Data di uscita: 24-04-2014

Dopo una vita lunga e intensa, il centenario Allan Karlsson finisce in una casa di cura.. Proprio pochi giorni prima di spegnere la centesima candelina, evento cui Allan non sembra minimamente interessato, l'uomo decide di sfuggire una volta per tutte dalla tediosa vita quotidiana. Così, Allan scappa da una finestra; questo passaggio segna l'inizio di una serie di eventi comici e totalmente inattesi, tra cui l'incontro con una gang di criminali, omicidi, una valigia piena di bigliettoni, un elefante e un poliziotto incompetente. Per chiunque altro sarebbe stata l'avventura di una vita, ma per Allan, è semplicemente vita quotidiana. Infatti Allan, nel corso della sua lunga vita, non solo ha assistito ad alcuni degli eventi più importanti del XIX secolo, ma in questi ha giocato anche un ruolo di prim'ordine, dando un contributo fondamentale all'invenzione della bomba atomica, oppure diventando amico intimo dei presidenti americani e dei gerarchi russi. Per cento anni, in realtà, Allan Karlsson ha percorso il mondo in lungo e in largo, e adesso è di nuovo a piede libero.

 

Martedi 11 novembre

 

I NOSTRI RAGAZZI

(I nostri ragazzi, 2014, Italia)

Regia: Ivano De Matteo

Con: Alessandro Gassmann, Giovanna Mezzogiorno, Luigi Lo Cascio, Barbora Bobulova, Rosabell Laurenti Sellers, Jacopo Olmo Antinori

Distributori: 01 Distribution Genere: Drammatico Durata: 86' Data di uscita: 04-09-2014

Due fratelli, opposti nel carattere come nelle scelte di vita, uno avvocato di grido, l’altro pediatra impegnato e le loro rispettive mogli perennemente ostili l’una all’altra s’incontrano da anni, una volta al mese, in un ristorante di lusso, per rispettare una tradizione. Parlano di nulla: alici alla colatura con ricotta e caponatina di verdure, l’ultimo film francese uscito in sala, l’aroma fruttato di un vino bianco, il politico corrotto di turno. Fino a quando una sera delle videocamere di sicurezza riprendono una bravata dei rispettivi figli e l’equilibrio delle due famiglie va in frantumi.

Come affronteranno due uomini, due famiglie tanto diverse, un evento tragico che li coinvolge così da vicino?Un film provocatorio, doloroso, liberamente ispirato al libro “La cena” di Herman Koch, che entra violentemente nella realtà borghese della famiglia scardinandone le fondamenta.

 

Martedi 18 novembre

 

COME IL VENTO

(Come il vento, 2013, Italia)

Regia: Marco S. Puccioni

Con: Valeria Golino, Chiara Caselli, Filippo Timi

Distributori: Ambi Pictures

Genere: Drammatico

Durata: 110' Data di uscita: 28-11-2013

Ispirato alla storia vera di Armida Miserere, una delle prime donne direttrici di carcere, consapevole della difficoltà e della solitudine che comportava un lavoro da "prima linea". 

Armida Miserere inizia la sua carriera nell’amministrazione penitenziaria a metà degli anni ottanta. Umberto è un educatore impegnato nelle attività di  riabilitazione dei carcerati.  L’amore tra Umberto e Armida nasce nel piccolo teatro del carcere, dove Umberto dirige i primi esperimenti teatrali con i detenuti, e diventa presto una passione travolgente. La posizione di educatore porta Umberto ad essere molto vicino ai detenuti e questo lo espone a pressioni e tentativi di corruzione. Un giorno di primavera, inaspettatamente, poco prima della pasqua del 1990, viene ucciso mentre va al lavoro. Il mondo di Armida va a pezzi.

I primi anni novanta sono segnati dagli spettacolari attacchi della mafia allo Stato italiano. Armida che è una servitrice dello Stato senza più nulla da perdere e si è fatta conoscere come un direttore tra i più fermi e corretti dell’amministrazione, viene mandata subito in prima linea a Pianosa, il supercarcere riaperto per sorvegliare i mafiosi più pericolosi. Applica la legge senza deroghe e riceve critiche e intimidazioni, ma non si fa impaurire. E’ l’unica donna in un’isola abitata da 1500 uomini e riesce a farsi rispettare instaurando un rapporto di cameratismo con i suoi uomini. Il lavoro è la sua vita, lo fa senza compromessi e a volte paga di persona. Quando collabora con Giancarlo Caselli e Alfonso Sabella alla cattura di Giovanni Brusca, deve lasciare Palermo per le ripetute minacce di morte.

Finalmente, durante un maxi processo alla ‘ndrangheta in Lombardia uno degli uomini del clan confessa di essere stato l’assassino di Umberto e racconta la circostanza e il movente. Tutto corrisponde a quanto Armida aveva sempre sospettato: Umberto è stato ucciso per non essersi lasciato corrompere da un boss, anche se il fango che i pentiti gettano sulla figura di Umberto sono insopportabili. Sempre più delusa dall’umanità, Armida comincia ad essere stanca e demotivata nonostante la stima che riceve sul lavoro. A Sulmona, nel supercarcere che dirige da qualche anno, nessuno si accorge del suo cambiamento, ma Armida ha un piano per liberarsi di tutti i suoi pesi.

 

Martedi 25 novembre

 

LE DUE VIE DEL DESTINO

(The Railway Man, 2013, Australia, Gran Bretagna)

Regia: Jonathan Teplitzky

Con: Nicole Kidman, Colin Firth, Stellan Skarsgård, Jeremy Irvine, Hiroyuki Sanada, Sam Reid, James Fraser, Ewen Leslie

Distributori: Koch Media Genere: Drammatico Durata: 116' Data di uscita: 11-09-2014

Eric Lomax (Colin Firth) è un ufficiale inglese che viene catturato dai giapponesi a Singapore e mandato in un campo di prigionia, dove è costretto a lavorare nelle ferrovie della Thailandia e della Birmania. Durante la sua permanenza viene torturato da un ufficiale nipponico. Anni dopo l'uomo continua a soffrire il trauma psicologico delle sue esperienze di guerra, e quindi viene persuaso dalla moglie Patti a trovare e affrontare uno dei suoi carcerieri. Accompagnato dal suo migliore amico Lomax ritorna nel luogo dove era stato catturato e riesce a rintracciare il suo rapitore, l'ufficiale Takashi...

Tratto dall'autobiografia di Eric Lomax, un ufficiale inglese torturato dai giapponesi durante la costruzione della 'ferrovia della morte' nella Seconda Guerra Mondiale, un film potente che evoca l'importanza della memoria come unico antidoto alll'inutilità  della guerra.  

 

Martedi 2 dicembre

 

LA NOSTRA TERRA

(La Nostra Terra, 2014, Italia)

Regia: Giulio Manfredonia

Con: Stefano Accorsi, Sergio Rubini, Maria Rosaria Russo, Iaia Forte, Nicola Rignanese, Massimo Cagnina, Giovanni Calcagno, Giovanni Esposito, Silvio Laviano, Michel Leroy.

Distributori: Videa_CDE Genere: Commedia, Drammatico Durata: 100' Data di uscita: 18-09-2014

 La Nostra Terra è la storia di una strana antimafia, fatta piantando pomodori. E di qualcosa che viene prima: la terra. Quella che ci ospita, ci nutre e ci seppellisce. Il boss Nicola Sansone è proprietario di un podere nel Sud Italia che viene confiscato dalla Stato e assegnato a una cooperativa, che però non riesce, per presunti o veri boicottaggi, ad avviare l'attività. Per questo motivo viene mandato in loro aiuto Filippo (Stefano Accorsi), un uomo che da anni lavora per l’antimafia in un ufficio del Nord, e quindi impreparato ad affrontare la questione “sul campo”. Numerosi sono gli ostacoli che Filippo incontra, e spesso deve resistere all’impulso di mollare tutto: lo trattengono il senso di sfida e le strane dinamiche di questa cooperativa di insolite persone cui inizia ad affezionarsi, in particolar modo Cosimo (Sergio Rubini) l’ex fattore del boss e Rossana, la bella e determinata ragazza che forse ha un passato da riscattare. In un ribaltamento di ruoli, tra sabotaggi e colpi di scena, non appena le cose iniziano ad andare quasi bene, a Nicola Sansone vengono concessi i domiciliari...

INTERVISTA al regista GIULIO MANFREDONIA

Filmografia: Tanti auguri (1998); Se fossi in te (2001); E’ già ieri (2004); Si può fare (2008); Qualunquemente (2011); Tutto tutto niente niente (2012); La nostra terra (2014)

La forza del gruppo. Una cooperativa agricola che gestisce le terre confiscate alla mafia: "La nostra terra", con Stefano Accorsi e Sergio Rubini, ha molti punti in comune con il precedente "Si può fare"

••• "L'antimafia si può fare”potrebbe essere uno slogan appropriato per presentare il nuovo film di Giulio Manfredonia, La nostra terra, anche perché sono diversi i punti in comune col precedente successo del regista, Si può fare. Se nel film del 2008 la protagonista era una comunità di disabili guidata da Claudio Bisio, qui ci troviamo di fronte a una cooperativa agricola che gestisce le terre confiscate a un boss mafioso, ma lo spirito del racconto è ugualmente divertente, paradossale, un po' fiabesco. Maria Rosaria Russo è il capo della cooperativa di cui fa parte anche il contadino interpretato da Sergio Rubini, ma la stranezza di certe situazioni è vista attraverso lo sguardo di Filippo (Stefano Accorsi), uomo del nord poco abituato ai codici non scritti delle terre del sud.

A differenza dei film con Antonio Albanese di cui ha curato la regia (Qualunquemente, Tutto tutto nienteniente), questo sembra un progetto interamente suo e dello sceneggiatore Fabio Bonifacci, ancora una volta sul tema della comunità...

In effetti è così. Con Si può fare ci sembrava di non aver esaurito il discorso sui tanti modi di stare insieme e sulla forza di essere un gruppo. Questa era l'occasione per approfondirlo.

Il film affronta problemi importanti. Avete preso spunto da Qualche episodio particolare?

Ci incuriosiva l'antimafia delle cooperative sociali, un agire pragmatico sulla terra e sulla gente che vive nei luoghi di mafia. Per documentarci abbiamo passato un anno a visitare le cooperative che operano sui terreni confiscati, molte delle quali nate su iniziativa dell'associazione Libera. A Mesagne ci hanno raccontato la storia che abbiamo usato come asse portante del film, di un gruppo costretto a convivere con il boss della Sacra Corona Unita, mandato agli arresti domiciliari proprio nella masseria padronale esclusa dal sequestro dei terreni. Il mafioso mandava la cameriera col vassoio d'argento a offrire il caffè ai ragazzi che zappavano la terra, ma accettare quel caffè avrebbe voluto dire accettarne la confidenza. Solo chi era del posto poteva interpretare il messaggio nel suo significato nascosto: da qui è nata l'idea di mettere al centro del film un personaggio che viene dal nord e non conosce la "lingua" dei luoghi. Anche nella realtà le cooperative sono accompagnate dal tutoraggio delle associazioni antimafia, che forniscono loro indicazioni e knowhow. Un'attività agricola isolata in un territorio ostile non potrebbe sopravvivere se non ci fosse dietro una rete nazionale che la sostiene.

La storia è ambientata in un luogo preciso? In Puglia, anche se gran parte del film è girata nei dintorni di Roma. Non volevamo riferirci a un posto preciso, ma a tutti quei territori (dell'Italia intera e non solo) che subiscono una forma di mafia, intesa soprattutto come atteggiamento culturale, come modo di pensare e organizzare la società secondo la logica del clan.

Chi sono i membri di questa cooperativa?

Ancora di più che in Si può fare il gruppo è fortemente eterogeneo. Le motivazioni che portano a fare scelte di vita così radicali sono diverse e vanno dal bisogno di mandare soldi a casa dell'immigrato africano all'amore per la natura di una donna di mezza età, vedova e portatrice di una cultura un po' New Age, solo apparentemente ingenua. Per Rossana, la coordinatrice, la motivazione è pedagogica: da ex insegnante è convinta dell'importanza di coltivare le persone più che i campi, d'accordo con la massima di Bufalino secondo cui la mafia sarà sconfitta da un esercito di insegnanti. Dall'incontro fra personalità così diverse scaturiscono i conflitti e poi l'amicizia, ma sempre nell'accettazione reciproca. Le comunità nascono proprio dall'accoglienza della diversità.

Il protagonista è uno "straniero" del nord: perché questa scelta? L'idea è nata da una frase del presidente della cooperativa Placido Rizzotto, Gianluca Faraone: "non c'è bisogno di essere eroi per fare queste cose". Filippo è un uomo di città, timido e un po' ansioso, un tecnico che si è sempre occupato di problemi burocratici. Contrapposti a lui ci sono Cosimo (Sergio Rubini), un contadino che ha vissuto tutte le vicende di questa terra e del quale conosciamo la vera anima solo alla fine, e Nicola Sansone (Tommaso Ragno), il mafioso che ha studiato e parla propriamente di economia e politica, ma conserva tutto il potenziale di violenza e pericolosità. Ha il fascino dell'uomo solo al potere, e rappresenta il contrario del gruppo.

A chi vorrebbe fosse destinato il film?

Si può fare poteva essere visto e capito anche dai ragazzi, e lo stesso si può dire de La nostra terra. È un film che da una speranza, indica una possibilità di cambiare le cose facendo, non declamando, e parla di cose importanti con un tono leggero, perché ci sono tanti sorrisi in chi anima le battaglie antimafia.

BARBARA CORSI  - VIVILCINEMA 4-2014

 

Martedi 9 dicembre

 

ANIME NERE

(Anime nere, 2013, Italiana)

Regia: Francesco Munzi

Con: Marco Leonardi, Peppino Mazzotta, Fabrizio Ferracane, Anna Ferruzzo, Barbora Bobulova, Giuseppe Fumo Distributori: Good Films Genere: Drammatico Durata: 103' Data di uscita: 18-09-2014

In una terra dove il richiamo delle leggi del sangue e il sentimento della vendetta possono ancora avere la meglio su tutto, prende vita la storia di una famiglia criminale calabrese. Una vicenda che inizia in Olanda, passando per Milano, fino in Calabria, sulle vette dell’Aspromonte, dove tutto ha origine, e fine.

“Anime Nere” è la storia di tre fratelli, figli di pastori, vicini alla ‘ndrangheta, e della loro anima scissa. Luigi, il più giovane, è un trafficante internazionale di droga. Rocco, milanese adottivo, dalle apparenze borghesi, imprenditore grazie ai soldi sporchi del primo. Luciano, il più anziano, che coltiva per sé l’illusione patologica di una Calabria preindustriale, instaurando un malinconico e solitario dialogo con i morti. Leo, suo figlio ventenne, è la generazione perduta, senza identità. Dagli avi ha ereditato solo il rancore e il futuro è un treno che per lui sembra già passato. Per una lite banale compie un atto intimidatorio contro un bar protetto dal clan rivale. In qualsiasi altra terra, sarebbe solo una ragazzata. Non in Calabria, tantomeno in Aspromonte. È la scintilla che fa divampare l’incendio. Per Luciano è di nuovo il dramma che si riaffaccia dopo tanti anni dall’uccisione del padre. In una dimensione sospesa tra l’arcaico e il moderno i personaggi si spingono fino agli archetipi della tragedia.

Intervista a Francesco Munzi, regista di ANIME NERE.

Una famiglia d'Aspromonte. È tratto dal romanzo di Gioacchino Criaco ed è incentrato su una famiglia della 'Ndrangheta tra traffico di droga e riciclaggio: "Anime nere" è l'opera terza del regista di "Saimir", in concorso a Venezia.

"Mi sono imbattuto in Anime nere per caso, mentre ero impegnato in un altro progetto. Il romanzo di Gioacchino Criaco mi ha coinvolto immediatamente, al punto che ho interrotto il precedente lavoro e mi sono tuffato in questa storia complicata ma maledettamente affascinante". Così Francesco Munzi racconta la genesi del suo nuovo film, Anime nere, stesso titolo del romanzo, in concorso alla Mostra di Venezia per approdare nelle sale subito dopo. "Ciò che mi ha colpito - prosegue Munzi - è stata la sincerità della scrittura e l'evidente vicinanza dell'autore con la materia narrata. Per questo motivo mi è stato subito chiaro che al progetto erano indispensabili la collaborazione dello stesso Criaco e del territorio. Gioacchino è stato estremamente collaborativo, anche se la trama del film tradisce quella del romanzo, nel senso che sulle pagine del libro la storia inizia negli anni 70 e si conclude negli anni '90, mentre sullo schermo arriva ai nostri giorni con l'aggiunta di altre vicende. L'assistenza di Criaco è stata determinante per preservare lo spirito originale del progetto".

Quanto alla collaborazione del territorio cosa intende?

"Non conoscevo l'Aspromonte e i luoghi nei quali si svolge la vicenda e, per raccontarla, avevo bisogno dell'aiuto della popolazione locale, sia per ingaggiare comparse e comprimari, essenziali al rispetto della lingua del film (che è il dialetto calabrese e infatti per la maggior parte le sequenze sono sottotitolate), sia per avere notizie, informazioni, suggerimenti. All'inizio ero molto preoccupato perché tutti mi parlavano di una realtà impenetrabile, segnata da una forte presenza criminale. Invece, superata un'iniziale diffidenza, quando le persone si sono accorte che potevano raccontarsi, che il nostro non era un approccio di tipo giornalistico, la collaborazione è stata generosa ed efficace". Anime nere racconta la storia di tre fratelli, vicini alla 'Ndrangheta e impegnati in operazioni illegali, il cui padre è stato ucciso, vittima di una falda. Il fratello più giovane. Luigi (interpretato da Marco Leonardi), è un trafficante internazionale di droga. Rocco (Peppino Mazzetta) vive a Milano ed è un imprenditore che ricicla denaro sporco in operazioni immobiliari. Luciano (Fabrizio Ferracene), il più anziano, rimasto in Calabria, vive nell'illusoria utopia di un ritorno alla terra. Ma quando il figlio adolescente di Luciano compie una ragazzata contro un bar protetto da un clan rivale, la sanguinosa faida, in cui la famiglia è stata coinvolta in passato, riesplode tragicamente e costringe anche gli altri fratelli a precipitarsi in Calabria. "Anime nere - commenta Francesco Munzi -racconta vicende criminali ma senza alcun intento cronachistico. Mi sono sforzato di realizzare un film dal taglio epico, quasi shakespeariano, agevolato in questo dal fatto che la struttura della 'Ndrangheta, a differenza di quella mafiosa o camorristica, punta molto di più sulla famiglia. Il mio film racconta uno scontro fra clan rivali ma anche la frattura, ancora più drammatica, che si scatena all'interno della famiglia dei miei protagonisti. Insomma l'approccio alla storia è di taglio realistico-sociologico, ma l'approdo è decisamente romanzesco".

Proprio l'ambientazione del film credo che abbia reso complicata la lavorazione.

Effettivamente è stato così. Le riprese si sono svolte ad Amsterdam, a Milano ma soprattutto in Calabria, ad Africo, uno dei luoghi più criminali d'Italia, e in una zona dell'Aspromonte particolarmente impervia, ma proprio per questo visivamente molto affascinante. Una zona priva di collegamenti: le attrezzature per la realizzazione di alcune scene sono state trasportate dai muli. Gli attori sono stati spesso costretti a dormire in ambienti disagiati. Insomma, per tutti la fatica è stata notevole.

Accanto ai protagonisti uomini c'è qualche significativa presenza femminile?

Anime nere è certamente un film coniugato al maschile, ma segnato anche dalla presenza importante di due donne. La prima è Valeria, interpretata da Barbora Bobulova, la moglie di Rocco, un'elegante signora della buona borghesia milanese che finge di ignorare le attività illecite del marito. Attraverso il personaggio si intende denunciare l'ipocrisia di un certo mondo che si reputa onesto ma non disdegna di concludere affari con la criminalità. Valeria è un personaggio ambiguo, che alla fine resta sinceramente scioccata dalla violenza in cui la famiglia e lei stessa precipitano. L'altra donna, Antonia, la moglie di Luciano (interpretata da Anna Ferruzzo), è invece una tipica donna del Sud, depositarla e custode dei segreti di famiglia, che cerca di coprire tutto e che prova un'evidente invidia nei confronti della cognata.

Dopo Saimir e Il resto della notte, il suo terzo film sembra confermare la sua predilezione per un cinema noir, a tinte forti, segnato dal contrasto fra l'arcaico e il moderno. Cosa la spinge ad indagare sulle zone d'ombra?

Mi piacciono le storie dalle temperature elevate, le vicende attigue al male perché consentono di esagerare, di superare i limiti senza diventare inverosimili. Nel caso di Anime nere ci sono anche motivi e personaggi struggenti: lo è in particolare Luciano, ma lo sono un po' tutti i protagonisti, perché alla fine nessuno di loro trova la chiave per salvarsi.

FRANCO MONTINI – VIVILCINEMA n° 4-2014

 

Martedi 16 dicembre

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UNA PROMESSA

(Une promesse, 2013, Francia, Belgio)

Regia: Patrice Leconte

Con: Maggie Steed, Toby Murray, Richard Madden, Alan Rickman, Rebecca Hall

Distributori: OfficineUBU Genere: Drammatico, Romantico Durata: 98' Data di uscita: 02-10-2014

Germania, 1912. Un giovane di umili origini viene assunto come impiegato in un’acciaieria. Colpito dalla sua efficienza, il proprietario lo promuove a segretario personale. In seguito, a causa dell'età avanzata e della salute precaria, il proprietario inizia a lavorare da casa, dove si trasferisce anche il giovane segretario. Lì incontra la moglie del datore di lavoro, una donna molto più giovane, bella e riservata.Con il passare del tempo il giovane s'innamora appassionatamente ma non osa rivelare i suoi sentimenti. Nell’opprimente casa borghese, s'insinua un intrigo romantico, fatto di sguardi e silenzi, senza che trapeli mai una sola parola o un gesto d'amore. Quando il proprietario annuncia la sua intenzione di inviare il giovane segretario in Messico per gestire le sue miniere, la reazione scioccata della moglie rivela al giovane che anche lei è segretamente innamorata - un sentimento che non può esprimere in presenza del marito malato. Al momento della partenza del giovane impiegato gli fa una promessa: al suo ritorno, dopo i due anni trascorsi in Messico, sarà sua. Separati dall’oceano, i due si scambiano lettere appassionate attendendo il giorno in cui potranno finalmente riunirsi. Purtroppo, alla vigilia del suo ritorno in Germania, scoppia la Prima Guerra Mondiale. Tutte le linee marittime fra l'Europa e il Sudamerica vengono sospese, come anche i servizi postali.Otto anni dopo, con milioni di morti e l'Europa in macerie, l'esule rientra in patria e dalla donna, che spera lo stia aspettando. Il loro amore sarà sopravvissuto al brutale passare del tempo?

 

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PROIEZIONI: il MARTEDI presso il Cinema Margherita di CUORGNE’- ore 21:30

ABBONAMENTI: 9 film in prevendita a € 20,00 - INGRESSI: € 5,00

Contatti
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